Sicurezza informatica e tutela della privacy rappresentano ormai un binario
unico, ed inoltrarsi in entrambi i campi significa prendere sempre maggiore
cognizione e consapevolezza delle principali minacce di cui è portatore il web;
non c’è da stupirsi pertanto se oggi termini quali malware, trojan, worms e
virus, fanno sempre più parte della nostra cultura di studiosi e cultori
dell’ICT.
E’ altrettanto frequente, tuttavia, in tv o durante convegni di diritto e
sicurezza informatica, di sentir parlare di un particolare tipo di malware, i
c.d. keyloggers, in grado di catturare in un file (di solito criptato) quanto
digitato sulla nostra tastiera e di inviarlo in remoto, a nostra insaputa, al
malintenzionato di turno.
L’elemento imprescindibile di un keylogger è di agire in background (camuffato
spesso come processo di sistema) e di infettare il pc della vittima
autonomamente (c.d. standalone script) o in abbinata con altro tipo di malware
(virus, trojan etc.) riuscendo da tale momento a monitorare e ‘registrare’ il
contenuto di password, email, documenti, url e conversazioni via chat, violando
in tal modo la nostra privacy e nella maggior parte delle ipotesi rubando dati
sensibili e coordinate bancarie al fine di truffare l’utente infettato.
I keyloggers sono in rete praticamente dagli albori del web con vari sinonimi
(keygrabbers, keystrokers etc.) e sebbene oggi acquisiscano, al pari di altri
malware, una forma e un metodo di diffusione sempre più raffinati, una semplice
abbinata antivirus+firewall è quasi sempre in grado di riconoscerli e
bloccarli.
Certo, finchè si tratta di un programma il rimedio alla fine c’è, quando invece
sul nostro pc è installato materialmente un ‘keylogger hardware’ e noi non ne
siamo al corrente, il discorso cambia.
Già dal finire degli anni ’90 in rete erano reperibili componenti come questi:
piccoli ed apparentemente innocui ‘adattatori’ da collegare tra lo
spinotto della tastiera ed il pc.
Il costo del componente allora era già accessibile (circa 70 dollari) e l’unico
limite era rappresentato dal fatto di non riuscire a mappare tutta la tastiera:
ad es. F1, F2, F3 etc.non venivano rilevati, ma in compenso:
• era in grado di catturare dati per un totale di oltre 8000 caratteri;
• era compatibile con qualsiasi sistema operativo, riuscendo a memorizzare anche
i dati inseriti nel bios;
• era impossibile da rilevare per qualsiasi software;
• aveva già una memoria flash, priva di batteria;
• prevedeva la possibilità di settare una password crittografata per impedire
l’accesso non autorizzato ai dati ‘catturati’;
• era di dimensioni ridotte (la versione base non superava i 5 cm);
Come è facile immaginare la tecnologia soprattutto in certi ambiti avanza
rapidamente, e col passare degli anni sono stati creati keyloggers sempre più
sofisticati e miniaturizzati come questi:

in grado di intercettare fino a 2 milioni di caratteri, con
crittografia più elevata e adatti a tastiere con interfaccia USB.
Va evidenziato tuttavia che la presenza di un keylogger hardware non è associata
esclusivamente all’esistenza delle periferiche appena viste; è frequente infatti
il caso in cui all’interno di grandi aziende vengano fornite tastiere con
incorporati tali componenti, il cui design ricalca frequentemente modelli
Microsoft o Logitech così da fugare ogni sospetto da parte dell’utilizzatore
finale.
Qualcuno a questo punto si chiederà incuriosito: ‘ma chi vuole controllarci come
fa ad accedere materialmente al keylogger? Come legge i dati memorizzati quando
noi ci allontaniamo dal pc?’
La maggior parte dei keyloggers in commercio è strutturalmente molto semplice,
essendo formato da una memoria flash che memorizza i caratteri dei tasti premuti
e da un microprocessore che ne gestisce il flusso emulando poi la pressione
degli stessi per ingannare il sistema operativo.
Quando il malintezionato vuole vedere ‘quanto’ e cosa la sua vittima ha scritto
durante la giornata o la settimana apre un semplice programma di scrittura
(es.word o notepad) e vi inserisce la sua password (nel nostro caso ’time&law’).
Il microprocessore del keylogger automaticamente la riconosce e produce
istantaneamente una schermata come questa:
Come potete notare dall’immagine dopo aver avviato il pc da tastiera ho scritto
alcune parole accedendo successivamente al Task Manager di Windows
(ctrl-alt-canc) e il nostro amico ha memorizzato fedelmente tutto…
Cosa fare quindi per sfuggire a questo scomodo supervisore?
Come detto non esiste un ‘rimedio’ software in grado di neutralizzarlo o
riconoscerlo, e le uniche soluzioni -almeno per tentare di nascondere password o
singoli indirizzi- sono abbastanza empiriche.
Una prima potrebbe essere quella di armarsi di pazienza e selezionare con il
mouse singole o più lettere da una pagina web o da un altro documento aperto ed
incollarle nel campo di destinazione (es. logins di un c/c bancario) così da
formare le parole che vogliamo inserire; una seconda alternativa potrebbe
consistere nell’uso di un software emulativo di una tastiera. Ad es.
Click-N-Type della Lake Software di cui potete vedere una demo qui:
che sebbene progettato per disabili ci metterebbe al riparo anche da alcuni tipi
di keyloggers software.
Le restanti alternative sono più che altro precauzionali, quali evitare di usare
pc di Internet Point o Internet Cafè per uso prettamente personale o diffidare
da ‘restyling’ aziendali relativi alle sole periferiche quali mouse e tastiera.
Lasciamo ora il presente e diamo uno sguardo a quello che è ormai il futuro del
keylogging software e hardware.
Un binario parallelo a quello dei componenti sopra esaminati è quello degli ‘spy
cables’, apparenti cavi o prolunghe che mettono in comunicazione due pc o un pc
ed una periferica e nel frattempo indirizzano il flusso di dati ad una terza
periferica in ascolto.
In questa foto ad es.è possibile vedere uno spy cable seriale:
ma in commercio esistono anche varianti per interfaccia USB.
Nel campo software ormai sono diffusissimi programmi di spy e video monitoring
quali Power Spy, PC Spy Monitor, Invisible Spy e tanti altri, in grado di
registrare audio, video, sessioni di chat, seguenze di tasti, chiamate tramite
Skype, singole schermate e di attivarsi anche solo all’avvio di specifici
applicativi (un programma di posta per esempio). Tuttavia, una vera e propria
rivoluzione in materia sembra venire dagli USA, dove alcuni informatici
dell’Università della California hanno messo a punto un software in grado di
interpretare e tradurre il ‘rumore’ generato dalla pressione dei tasti di una
comune tastiera in un file di testo.
La spiegazione -sinteticamente- sta nel fatto che il rumore generato dalla
pressione di un certo tasto è diversa da quello generato da un altro,
analogamente a quanto accade suonando un tamburo con le mani, dove il rumore
varia a seconda del punto di superficie percosso.
Questa tecnica, d’altra parte, sembra avere avuto già dei precedenti negli anni
’80, quando durante la Guerra Fredda spie russe nascosero delle cimici nelle
macchine da scrivere elettriche dell’ambasciata americana a Mosca. Il meccanismo
era più o meno lo stesso: ogni tasto premuto generava un segnale elettrico
univoco che veniva associato ad una specifica lettera.
Concludendo, quanto descritto può sembrare tanto affascinante quanto inquietante
del livello di evoluzione tecnologica raggiunto dal ‘keylogging’, sebbene
occorra uno sforzo maggiore per contrastare il fenomeno ed evitarne la
commercializzazione.
Se infatti ormai gli apparecchi visti sono facilmente acquistabili sul web, una
lenta diffusione la sta avendo anche la variante ‘cattiva’ del keylogging,
ovvero i keyvirus. Software e dispositivi hardware del tutto simili ai
keyloggers ma in grado di ‘inquinare’ la stesura di un documento inserendovi
ogni ‘tot’ tasti premuti dei caratteri casuali, così da far letteralmente
‘impazzire’ il malcapitato...
Rocco Gianluca Massa